Mi mancava solo il telefono nel nuovo appartamento, ci vivevo già da una settimana ma la pigrizia mi aveva impedito di acquistarne uno. Quel sabato, finalmente libero da impegni di lavoro, mi ero deciso ad uscire a fare compere. Al bar sotto casa per un caffè e poi via, in centro per negozi. Non che la cosa mi eccitasse particolarmente ma avevo bisogno di un po’ di svago. Anna era li come tutte le mattine, mi era venuta incontro il giorno che ero arrivato ed era stata la prima ad accogliermi.
Bionda, occhi azzurri come il cielo e di una dolcezza che mi aveva colpito profondamente.
La guardai quel giorno rimanendo per un attimo incantato, mi ci volle qualche secondo per poter rispondere al suo semplice “Ciao”, il suo sorriso sincero e il suo sguardo mi avevano colto di sorpresa, certo non mi aspettavo una accoglienza così calda mentre madido di sudore scaricavo affannosamente ciò che mi ero portato appresso.
“Che fai stasera” mi chiese con un sorriso mentre io stavo ancora pensando a quel nostro primo incontro “Niente perché ?” risposi un pò sorpreso “Ti va una cena a casa mia ?”
“Certo perché no” risposi senza nascondere il mio imbarazzo, durante la prima settimana nel mio nuovo quartiere ci eravamo visti tutte le mattine ma avevamo scambiato solo quattro chiacchiere facendo colazione
“Ok allora ti aspetto alle 20, devo farti conoscere una persona”
La seguii con lo sguardo mentre pagava il suo caffè ed usciva di corsa come al solito.
“Beh” – mi dissi – “se mi deve fare conoscere una persona allora non saremo soli a cena”
La mattinata per le vie del centro passò velocemente, finalmente trovai un telefono cordless decente da installare a casa, andai alla ricerca di un mazzo di fiori da portare ad Anna per ringraziarla dell’invito e tornai a casa per mettermi al lavoro, dovevo ancora aprire qualche scatola e mettere un pò d’ordine nella baraonda che mi circondava ormai da troppo tempo.
Camicia bianca e jeans oppure giacca e cravatta, la scelta degli indumenti da indossare mi fece venire in mente quei film dove la protagonista, prima di un appuntamento importante, prova di fronte allo specchio tutto ciò che è riposto nel guardaroba, sorridendo per l’analogia decisi per camicia bianca e jeans.
Alle 20 precise mi presentai alla porta di Anna, mi aprì e mi accolse con un sorriso che avrebbe fatto sciogliere anche un iceberg – “Sono per me ?” – disse indicando i fiori – “certo, non vedo nessun altro in giro” – risposi guardandomi in giro – “grazie, sei molto gentile, accomodati e fai come fosse casa tua” disse mentre si precipitava in cucina a prendere un vaso.
Mi guardai attorno, era una bella casa, ordinata e accogliente; del resto non sarebbe potuto essere altrimenti, per poco che la conoscevo mi ero già fatto un’idea di come potesse essere casa sua e non mi ero sbagliato.
“Mamma” – una vocina mi arrivò da dietro le spalle, mi girai e vidi una bellissima bambina copia perfetta della madre – “Mamma dove sei ?” diceva con un tono un poco preoccupato – “Arrivo” – rispose lei mentre stava sistemando i fiori in un vaso di porcellana – “Ti presento Viola” – “Piacere Viola” – dissi allungando la mano con fare un pò serio.
La bambina corse verso la madre e si aggrappò ad una sua gamba “E’ mia figlia” – disse Anna – “E’ bellissima, ti assomiglia molto, stessi occhi, stessi capelli, stesso viso, e magari se mi fai un sorriso Viola sono sicuro che sarà uguale a quello della mamma” – “Viola fai un po’ compagnia al nostro ospite mentre io preparo la tavola”.
La bambina era un po’ spaventata, non lasciò la gamba della madre finché io, che di solito con i bambini ci so fare, le chiesi se aveva dei giochi da farmi vedere e da farmi provare.
Poco dopo eravamo seduti a giocare sul tappeto della sua cameretta, Viola in poco tempo aveva già preso confidenza e rideva alle mie battute e ai miei goffi tentativi di avere un dialogo con una delle sue bambole.
“E’ in tavola” – urlò Anna dalla sala da pranzo
“Saltami in groppa” – dico a Viola – “e andiamo di corsa dalla mamma, dopo torniamo perché io ho un conto in sospeso con la tua bambola che non mi vuole rispondere”
La bambina mi si aggrappò al collo e ci avviammo in sala da pranzo.
“Dopo allora giochi ancora un pò con me ?” – mi chiese Viola con voce speranzosa – “certo” – le risposi – “per tutto il tempo che vuoi”; il sorriso di Viola era tale e quale a quello della madre e i suoi occhi riflettevano una emozione che non doveva provare da parecchio tempo.
Entrati in sala da pranzo, con Viola appesa al mio collo guardai Anna, si era raccolta i capelli con un nastro rosso, il suo viso era splendente, era così bella. “Eccoci” – dissi mentre Viola si dondolava ancora appesa al mio collo ridendo divertita a causa del tono con cui parlai, Anna mi guardò con uno sguardo incredulo – “Come hai fatto ?” – “Cosa” – le chiesi – “Ti sei conquistato Viola così velocemente, di solito lei non è così aperta con chi non conosce” – “Sai noi siamo amici ormai e giochiamo insieme e mi piacciono le sue bambole vero Viola ?” – “Si, sei bravo a giocare però non sei stato capace a far parlare la bambola” – “Oh non ti preoccupare, dopo ci riprovo” -“Ok staccati dal suo collo e siediti a tavola” – disse Anna – “E no, prima di scendere mi devi dare un grosso bacio e un grosso abbraccio altrimenti che amici siamo”
Viola mi abbracciò e mi diede un bacio e io la feci accomodare sulla sedia.
“E’ una bambina stupenda e molto intelligente” – dissi ad Anna che ancora mi guardava a bocca spalancata – “Come hai fatto” mi chiese di nuovo – “Non ho fatto nulla, è che mi piacciono i bambini” risposi accarezzando i capelli di Viola che nel frattempo aveva già lasciato la sua sedia per saltarmi sulle ginocchia.
“Allora Viola dimmi, vai a scuola ?” – “No vado ancora all’asilo, io ho 5 anni” – “Ehi” – disse Anna – “Guardate che ci sono anche io” – “Anna anche tu vai all’Asilo ?” – dissi facendo l’occhiolino a Viola la quale esplose in una grossa risata – “Ma no, la mamma lavora, lei è grande” – disse mentre ancora rideva.
La cena proseguì tra le risate delle due che a turno mi facevano domande sulla mia nuova casa e su come la stavo sistemando per viverci e alle quali io rispondevo prendendomi in giro per la mia incapacità a mettere in ordine quelle poche cose che avevo.
“Come ti sembra vivere qui, anche se ci vivi da poco tempo ?” – mi chiese Anna – “Ora che conosco voi due posso dire che non me ne andrei per nessun motivo al mondo” – risposi guardando Anna negli occhi cogliendone un leggero imbarazzo.
Terminata la cena lasciai Anna a sistemare e andai a giocare di nuovo con Viola, ormai eravamo diventati grandi amici e lei non mi lasciava un attimo.
Mentre stavo steso sul tappeto, con Viola che si lanciava su di me per farmi il solletico, vidi Anna guardarci dalla porta con gli occhi lucidi – “Che succede” – le chiesi” – “Niente perché ? Viola è ora di andare a dormire, metti il pigiama e di corsa a nanna”
La bambina era stanca, ma era molto eccitata e felice, Anna la mise a letto, io aspettavo nell’altra stanza – “Vieni, Viola vuole darti la buona notte” – “Buona notte” – mi disse – “vieni più vicino”, mi buttò le braccia al collo e mi diede un bacio – “tu vieni ancora a trovarmi vero ?” – “Certo, io e te adesso siamo amici e gli amici giocano insieme, ora dormi”.
“Non ho mai visto Viola così contenta, sono stupita, mi sa che ti inviterò spesso a cena” – “E io accetterò volentieri” – risposi.
La serata passò piacevolmente, seduti sul divano a raccontarci le nostre storie, a ridere e prenderci in giro come vecchi amici. Intorno all’una decisi che è ora di andare, Anna mi prese la giacca e prima di uscire mi avvicinai per salutarla, lei mi abbracciò, mi diede un bacio sulla guancia e mi sussurrò “Grazie per la piacevole serata”.
Per tutta la notte non feci altro che pensare a lei, a tutto quello che ci eravamo detti, al suo viso, al suo modo di parlare, ai suoi occhi – “Meno male che domani è domenica, sono le 4 e ancora non ho chiuso occhio” – pensai mentre continuavo a guardare il soffitto.
Dalla finestra della sala potevo vedere la finestra di Anna dall’altra parte della strada, era rimasta chiusa per tutto il giorno e io, che non mi ero mosso di casa ogni tanto controllavo – “Sicuramente è uscita, oggi è domenica”.
Finii di sistemare tutti i miei libri e cercai di mettere in funzione la lavatrice, mi faceva impazzire, dovevo lavare ed asciugare tutto perché all’indomani sarebbe venuta la signora a stirare, non potevo continuare a portare tutto in tintoria per il resto della vita.
Ero seduto di fronte a quella macchina infernale con il manuale di istruzioni quando squillò il telefono – “Ah funziona allora” – mi dissi, era Marco, l’amico con il quale avevo condiviso un appartamento prima di trasferirmi – “Allora tutto bene, com’è la nuova casa, hai conosciuto qualcuno ?” – “La casa è finalmente a posto, ho finito oggi di mettere in ordine e per quanto riguarda l’ultima domanda ebbene si, ho conosciuto qualcuno” – “Bene” – disse Marco incuriosito – “Raccontami, com’è, e bella ? E’ simpatica …” – non lo feci finire – “E’ bellissima, ha 5 anni e ha un sacco di bambole” – dissi ridendo – “Non prendermi in giro ! Pizza stasera ?” – “No dissi io, sono stanco, ho lavorato tutto il giorno, credo andrò a letto presto, magari un’ altra volta” – “OK, come vuoi, fammi sapere se hai bisogno qualcosa”.
Marco era un bravo ragazzo, si era fidanzato e a causa di ciò avevo deciso di andarmene, era anche ora che mi facessi una vita mia.
Verso sera, quando ormai era buio, la luce della finestra di Anna si accese e la finestra si aprì, Anna era a casa finalmente, era come se avessi aspettato tutto il giorno per poterla vedere almeno per un istante.
Mi preparai una cena veloce e cominciai a leggere un libro che ormai mi aspettava da qualche tempo, le parole scorrevano senza che ne capissi il significato, lessi e rilessi il primo capitolo ma mi accorgevo di non essere abbastanza concentrato, avevo sempre di fronte l’immagine di Anna con i capelli raccolti dal nastro che mi sorrideva.
Lunedì mattina, giorno di lavoro, mi precipitai giù al bar per fare colazione sperando che lei fosse li come al solito.
“Ciao, tutto bene, Viola come sta ?” – “Ciao, si tutto ok, Viola è già all’asilo, ieri gli sei mancato, mi ha chiesto quando vieni” – “Quando vuoi, ma sei tu a dovermi invitare, non voglio certo venire a disturbare” – “Dai vieni stasera allora, dopo cena, ci beviamo qualcosa e tu se vuoi puoi giocare con la tua nuova amica” – “Ok allora, a stasera”.
Uscendo dall’ufficio, quella sera, passai per un negozio di giocattoli e chiesi se esistesse una bambola che parla, ne acquistai una e me la feci incartare.
Andai a casa per una doccia e per cambiarmi, azzannai una pizza che mi ero fatto consegnare a domicilio e corsi da loro.
Gli occhi di Viola si illuminarono quando aprì il regalo e urlò di stupore quando mi misi a parlare con la bambola e lei mi rispose, per tutta la sera continuò a giocare con quella bambola e la portò persino a letto con lei.
“Dov’è suo padre” – chiesi ad Anna, per tutta risposta lei abbassò la testa e cominciò a singhiozzare – “Non ne voglio parlare” – mi disse – “Scusami, non pensavo …” – “Non ti preoccupare, è che è un brutto ricordo e preferisco non riaprire una ferita, abbracciami per favore” – io la abbracciai, sentivo il suo profumo e il suo cuore battere all’impazzata, non sapevo che dire, dopo un po’ lei si scosse – “Cosa vuoi bere ?” – mi chiese – “Non ho sete, però un caffè lo prenderei volentieri”.
Mentre era in cucina a preparare il caffè apparve Viola – “Non riesco a dormire” – disse con una vocina invece molto assonnata – “Vieni da me” – gli dissi allargando le braccia. La presi in braccio e dopo essermi seduto sul divano le dissi – “Vuoi provare ad addormentarti in braccio a me ?” – “Si, poi mi porti tu a letto ?” – “Si ti porto io a letto ma ora prova ad addormentarti”.
Anna arrivò con il caffè e io le dissi di fare piano indicandogli con lo sguardo Viola che appollaiata tra e mie braccia aveva già gli occhi chiusi – “Si era alzata, le ho detto di venire in braccio e di addormentarsi qui con me” – le dissi sottovoce.
Poco dopo, assicuratomi che dormisse la misi a letto e le accarezzai i capelli, Anna era dietro di me, mi girai e la vidi scuotere la testa – “Che c’è ?” – le chiesi – “Niente, guardavo solo la dolcezza con la quale hai fatto questo stasera e ancora non ci credo, ma tu da dove sbuchi fuori ?” – “Dal palazzo di fronte” – le dissi sorridendo.
“Anche tu sei molto stanca, lo vedo dai tuoi occhi, bevo il caffè e vado a casa così puoi andare a letto” – “si hai ragione, non mi reggo in piedi, oggi è stata una giornata dura, però promettimi che domani sera vieni ancora, questa sera mi sembra di averti fatto venire per niente” – “Non è vero, mi bastano cinque minuti con voi due per sentirmi meglio, non sono venuto per niente” – “Ok, aspettami però, vado a mettermi il pigiama e voglio anche io il bacio della buona notte”.
Andò in bagno e riapparve dopo pochi minuti con un pigiama di seta rosa – “Eccomi” – disse – “ora sono pronta”, io mi avviai verso la porta, quel pigiama di seta lasciava trasparire le curve del suo corpo e io feci di tutto per non lasciarmi sfuggire alcuna emozione, mi fermò per la camicia – “Il bacio della buona notte” – mi girai e la presi tra le mie braccia, le passai le dita tra i capelli e le diedi un bacio sulla fronte – “Buona notte” – le sussurrai – “Buona notte” – mi disse guardandomi negli occhi.
Non andai a casa subito, feci un giro intorno l’isolato pensando a quella donna che mi stava facendo provare sensazioni ormai dimenticate.
Tornai a casa ed entrando, come un automa, andai alla finestra, le luci in casa di Anna erano ancora accese, le persiane della sala erano aperte, la potevo vedere, era al telefono e sembrava molto nervosa, gesticolava e dal modo con cui lo faceva capii che c’era qualcosa che non andava.
Mi venne la tentazione di correre da lei ma continuavo a guardarla dalla finestra finché non scaraventò il telefono a terra, spense la luce e sparì.
La sera dopo non volli chiedere che era successo, tutto sembrava normale, lei sorrideva e si comportava come se nulla fosse accaduto, Viola aveva la febbre e per tenerla a letto quella sera ci sedemmo sul tappeto per stare con lei.
Raccontai una storia di cavalieri e principesse, di draghi e di eroi, Viola e Anna ascoltavano in silenzio con interesse e io mi dilungai nel racconto finché Viola non si addormentò.
“Sei pieno di sorprese” – disse Anna – “dove trovi tutta quell’ispirazione” – “Leggo molto” – dissi io improvvisando un atteggiamento da intellettuale, Anna si mise a ridere – “Ti si addice, dovresti sempre parlare così”.
Per quasi due settimane, quasi tutte le sere, dopo cena facevo un salto a casa loro, ormai era diventata un’abitudine e stare vicino ad Anna mi faceva stare bene, i giorni passavano senza che me ne accorgessi, la mia vita era cambiata, Anna e Viola mi avevano cambiato la vita ed io ormai ne ero sicuro, amavo Anna come mai avevo amato nessuno.
Non era mai successo nulla tra di noi e io non avevo mai nemmeno provato a dirle quanto fossi innamorato di lei, non volevo che tutta quella magia si rompesse, andava bene così.
Un grosso temporale, un sabato pomeriggio, fece saltare la corrente a casa mia, non riuscivo a riattivarla e dopo aver tentato inutilmente decisi di chiamare un amico elettricista. Presi il telefono e feci il numero “Già” – pensai – “è un cordless, se non c’è corrente questo non va”.
Stavo per riporlo ma sentii una voce provenire dalla cornetta
- “Si si io sono innamorata di lui, lui lo sa credo di averglielo fatto capire in tutti i modi” – era la voce di Anna, com’era possibile, magari la cornetta del cordless in mancanza di corrente si era connessa alla base del suo telefono.
- “Si penso a lui continuamente” – ascoltavo Anna parlare con l’amica e anche se non avrei dovuto rimasi ad ascoltare – “Allora stai pensando a qualcosa di serio” – diceva l’amica – “Si, credo proprio di si, ormai ne sono certa, questa sera devo dirglielo, devo fare qualcosa, non posso più resistere” – “Devi vederlo questa sera ?” -
“Si, devo vederlo” -
Ero io la persona della quale stava parlando, ormai andavo a casa sua tutte le sere, e anche quella sera sarei dovuto andare, non potevo che essere io.
Misi giù il telefono, le gambe mi tremavano, non potevo credere a quello che avevo sentito, non aveva mai detto niente ma anche lei era innamorata di me.
Aspettai la sera con impazienza, nel frattempo ero riuscito a sistemare tutto e l’elettricità era tornata, verso le sei suonò il campanello.
Era Anna con Viola in braccio.
- “Posso chiederti un favore ? Puoi tenermi Viola, questa sera ho un impegno” – il mondo mi crollò addosso, non ero io la persona della quale parlava con l’amica, doveva sicuramente incontrarsi con qualcun altro quella sera.
- “Certo, puoi lasciarla qui quanto vuoi” – “Guarda che torno tardi però” – “Non importa, lasciala qui a dormire, vieni a prenderla domani mattina” – “Grazie, sei un tesoro, sapevo di poter contare su di te”
Viola era eccitata, sarebbe rimasta a dormire con me e avevamo tutta le sera per giocare insieme.
Il mio umore non era certo dei migliori ma feci di tutto per non darlo a vedere, pensavo in continuazione ad Anna nelle braccia di un altro e mi sembrava di impazzire.
La misi a letto quella sera e mentre stavo dandogli il bacio della buona notte mi disse – “Vorrei tanto tu fossi il mio papà” – “anche io” – risposi mentre il cuore mi si spezzava e un nodo alla gola mi impediva di respirare.
Passai una notte di inferno camminando per casa come un fantasma senza pace, mi chiedevo come fosse possibile che avesse un altro visto che passava quasi tutte le sere con me, non andai nemmeno a letto, mi addormentai seduto ai piedi del letto dove Viola dormiva tranquillamente.
Il mattino seguente Anna venne a prendere Viola, era raggiante come sempre – “Grazie, grazie davvero per aver tenuto Viola” – “Non c’è problema, tutto bene ieri sera ?” – “Tutto benissimo, l’unica cosa è che ieri sera ho perso il tremo e sono arrivata stamattina, pensa arrivo direttamente dalla stazione; ci vediamo stasera ?” – “Ok, dopo cena come al solito” – dissi io.
Se ne andò dopo avermi ringraziato altre mille volte.
Ecco la risposta alla mia domanda – “se ha preso un treno vuol dire che lui non abita vicino, ora è tutto chiaro”.
Fu una domenica terribile, non sapevo più che fare, stavo impazzendo dal dolore ma era giusto che lei avesse una vita felice, non potevo certo impedirlo, presi una decisione, quella sera le avrei detto che era meglio se non ci frequentassimo più, era necessario, la amavo così tanto ma non potevo fare finta di nulla, sarebbe stata una tortura continuare a frequentarla, ad amarla sapendo che non sarebbe mai potuto essere mia.
Suonai alla porta e lei mi accolse con il solito incredibile sorriso che avrebbe reso le cose ancora più difficili, passai qualche tempo con Viola e dopo averla messa a letto dissi ad Anna che dovevamo parlare – “Non posso più frequentarti come prima, sarò molto impegnato e avrò pochissimo tempo” – “Ma …” cercò di replicare – “No non dire niente, è già molto difficile così” – mi alzai per andarmene, lei si mise di fronte a me – “Non andare via, cos’è successo” mi chiese con le lacrime agli occhi – “Niente, ma non avrò più il tempo che avevo prima” – “Non andare via aspetta …”
Ero già uscito dalla porta, il mio cuore era impazzito non potevo pensare ad Anna con un altro, dovevo dimenticare e stavo fuggendo rendendomi conto di aver perso parte della mia vita, mi sentivo vuoto e di nuovo solo.
Arrivai a casa e come al solito guardai dalla finestra, Anna era ancora sulla porta come se aspettasse che tornassi indietro, poi spense la luce e sparì in camera da letto.
Mi stesi sul divano, nella mia mente correvano quei giorni felici passati con loro ed io non potevo impedirlo, lo sguardo fisso di fronte a me come ipnotizzato mentre le lacrime mi rigavano il viso e il dolore a petto si faceva sempre più fitto.
I giorni passavano e la tristezza non mi abbandonava, cercavo di evitare Anna, non andavo neanche più al bar per fare colazione, non avevo più visto Viola e anche lei mi mancava da impazzire.
Quando squillava il telefono e vedevo il suo numero sul display non rispondevo, dovevo dimenticare ma più ci provavo meno ci riuscivo.
Uscii con Marco una sera, lui voleva presentarmi una ragazza e io accettai giusto per regalarmi un po’ di svago ma non fui di molta compagnia nonostante Marco facesse di tutto per farmi svegliare, mi accompagnò a casa e lo invitai a salire – “Non puoi andare avanti così” – mi disse quasi urlando – “Tu non capisci” – replicai un po’ seccato – “No io capisco benissimo, guardati, sei diventato uno straccio” – “Non so che farci” – “Reagisci maledizione”.
Era passato ormai più di un mese, mi ero calmato un po’ anche se non tutto andava a gonfie vele, la mia depressione mi aveva dato dei problemi anche al lavoro, avevo dovuto recuperare lavori che avevo abbandonato, avevo perso qualche cliente ma fortunatamente riuscii ad avere una reazione positiva, anche Marco lo aveva notato, avevo ricominciato ad uscire e in qualche modo a rendere la mia vita un po’ più attiva.
Era durante i weekend che tornava la malinconia, quando non avevo nulla da fare e mi trovavo solo con me stesso, il fantasma di Anna era sempre lì a girarmi intorno.
Un altro temporale, a notte fonda, via di nuovo la corrente, non avevo voglia di andare in cantina a riattivare tutto, guardavo fuori la pioggia scendere, la finestra di Anna era illuminata, non distolsi lo sguardo quella sera, lei era li al telefono e faceva avanti e indietro come sempre accadeva quando era nervosa, istintivamente presi il telefono ricordandomi cosa era successo l’ultima volta durante il temporale.
- “No, io vado via, mi trasferisco, non ne posso più” – diceva Anna – “Ma cosa dici, dove vuoi andare” – “Non resisto più qui, lo vedo tutti i giorni, mi ignora, gli telefono e non risponde, Viola non parla più, è sempre triste, ci manca da impazzire, domani parto e non torno più qui” – “Perché non vai da lui adesso e gli parli” – “Non posso, lui è stato chiaro, non ha più tempo per noi, ogni tanto lo vedo dalla mia finestra e divento matta, vorrei toccarlo vorrei parlargli, vorrei… ma se lui mi evita vuol dire che non gli interesso più ed io non so neanche il perché”.
- “Allora ero io, ero io” – misi giù il telefono, non potevo più ascoltare – “allora ero io ma perché quella sera… idiota non gli hai neanche chiesto cosa doveva fare, magari doveva lavorare“.
Cosa fare, dovevo fare qualcosa, dovevo andare da lei, non potevo rimanere li senza fare nulla, il giorno dopo se ne sarebbe andata e non avrei più avuto possibilità di vederla.
Uscii di casa così come ero, pantaloncini e canottiera, attraversai di corsa la strada e bussai alla porta di Anna, ero fradicio.
Mi aprì, io ero li davanti a lei tutto bagnato, stava ancora parlando al telefono – “Ti richiamo” – disse all’amica e chiuse la comunicazione.
“Non te ne andare” – le dissi – “sono già morto una volta, non voglio morire di nuovo” – “Ma …” – cercò di dire qualcosa – “Non dire niente e ascoltami, io ti amo dal primo giorno che ti ho vista, mi hai ridato la vita e per niente al mondo voglio rinunciare a te e a Viola, queste ultime settimane sono state un’angoscia, senza di te mi sono sentito perso e non voglio più passare un minuto della mia vita lontano da te, ti amo, non te ne andare”
Anna cominciò a piangere e mi abbracciò così forte che rimasi sorpreso – “Amore mio, pensavo di averti perso” – mi disse tra le lacrime – “neanche io posso vivere senza di te, non mi lasciare più, non andare più via”
Mi fece entrare, chiuse la porta e mi prese per mano – “Vieni devi asciugarti” – mi disse guidandomi verso il bagno, io la fermai, la avvicinai di nuovo a me, la guardai negli occhi, quegli occhi nei quali avevo sempre visto la felicità, la presi tra le braccia e per la prima volta le nostre labbra si unirono in un lungo bacio che mi tolse il respiro, restammo così abbracciati, senza parlare, lei mi guardava e con gli occhi lucidi di felicità mi stringeva a se, poi la presi in braccio, la portai in camera da letto, le tolsi dolcemente il pigiama che indossava e a mia volta mi tolsi i vestiti bagnati, lei si stese sul letto e io mi stesi accanto, gli scostai i capelli dal viso e le dissi “ora dovrai abituarti amore mio perché non passerà un minuto senza che io ti dica quanto ti amo”

